Tra vent'anni non sarete delusi delle cose che avete fatto ma da quelle che non avete fatto. Allora levate l'ancora, abbandonate i porti sicuri, catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate. Sognate. Scoprite. (Mark Twain)

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martedì 25 ottobre 2016

Marrakech

Sono qui seduta alla mia piccola scrivania fatta da mio zio su misura per il mio micro angolo libero, sotto una finestra mentre piove. Che momento romanticissimo eh? Se non fosse che praticamente domenica parto e ho ancora millemila cose da preparare. Io non so se succede anche a voi, ma quando sono a ridosso di una partenza e ho tutto da fare, non lo faccio fino al giorno prima, così poi scoppio. Questa volta ci vengono in soccorso le 14 ore di volo, quantomeno ci possiamo riposare. E mentre con una nuova amica viaggiatrice in fase di partenza per la Thailandia come me, ci scambiamo notizie, curiosità e consigli, ci raccontiamo anche alcuni viaggi passati. Proprio così mi sono tornati alla mente i giorni trascorsi a Marrakech due anni fa, proprio in questo periodo.
Prima di tuffarvi nel racconto, come sempre create un po' d'atmosfera cliccando qui.

Abbiamo prenotato un viaggio per Marrakech quasi senza accorgercene. Quell'anno avevamo deciso di non andare a Parigi al mio compleanno, ma di vedere qualcosa di nuovo. E così, in coda in un ufficio, ho cominciato a cercare qualche destinazione e dopo 10 minuti ho proposto al Maritino la bella città marocchina. Che peraltro erano anni che mi attraeva, ma mi mancava lo spunto. Penso che sia stata la prenotazione più rapida della storia. Entrambi decisi ad alloggiare in un riad e non in un classico hotel, ho cercato quello che mi piaceva di più per posizione e colori. La cosa più strabiliante è che non ho dovuto fare i conti con il budget. Qualsiasi struttura guardassi era economica ma bellissima. Abbiamo scelto solo in base al gusto. E questo è stato davvero un privilegio. Solitamente, dopo aver scelto la meta, comincia un lavoro certosino di ricerca e comparazione, cosa che a me diverte parecchio, devo ammetterlo, ma che sfinisce il Maritino. Pensate che l'ultima volta ha preferito pulire tutta la casa piuttosto che passare il pomeriggio a guardare hotel. E anche se era ormai il terzo giorno di fila che cercavamo, e lo facevo ormai anche nel sonno, per me è inconcepibile rinunciare volontariamente a questa fase del viaggio, così stimolante. Insomma, volo fissato e riad prenotato in un lampo, la nostra prima avventura marocchina è iniziata così.
Devo dire che la partenza in fascia precolazione non è stata l'ideale. Abbiamo dormito in macchina prima di lasciarla al parcheggio, e a Milano a novembre di notte fa Freddo. Ma ci sentivamo spavaldi. Spavalderia che abbiamo subito pagato, ovviamente, perché una volta arrivati a destinazione tutta la stanchezza si è fatta sentire. Tutta insieme e tutta di colpo.
Atterriamo all'aeroporto e rimaniamo subito affascinati. Immenso, bellissimo e nuovo, una cattedrale bianca nella terra rossa. Avevamo concordato con François, il proprietario del riad, una navetta dall'aeroporto e come promesso troviamo il nostro autista che prontamente ci porta a destinazione. Nel frattempo gli faccio mille domande, a cui lui pazientemente risponde, e ci fa vedere lungo la strada alcune cose interessanti.
Sinceramente, sono partita non sapendo cosa aspettarmi. Immaginavo una città affascinante e tutto sommato simile a una delle mie care capitali. Forse è per questo che all'inizio abbiamo avuto qualche dissapore. La città ed io, intendo. Non ci siamo subito capite, ecco. Arriviamo al riad e veniamo accolti nello splendido cortile dove François ci fa il chek in, e mi canta anche "tanti auguri" visto il giorno, poi veniamo investiti da una serie di consigli (la parola giusta probabilmente è avvertimenti) sulle cosa da fare, ma soprattutto quelle da non fare. Non fissare i venditori in piazza, non mangiare nei chioschi, non sostare a guardare gli animali, non qui, non lì...anche se le intenzioni erano sicuramente buonissime, per un attimo ci siamo spaventati. Questo, unito alla grandissima stanchezza di una notte passata praticamente in bianco e anche al freddo, ha cominciato un processo di disgregazione della mia felicità, che si è concluso nel pomeriggio con un pianto epocale. D'accordo, forse non dovevamo andare come prima cosa in quel gigante labirinto che è il suq. Avremmo dovuto prendercela comoda, sederci a un bar, fare una passeggiata nel centro, in quella meravigliosa via che parte da piazza Djema el Fnaa (cosa che poi abbiamo imparato a fare) e non buttarci a capofitto nel dedalo di viuzze con tutti che ci invitavano a comprare. Poi ci siamo anche incaponiti a voler trovare per forza un ristorante consigliato da un'amica, perso nel mezzo del caos. Avevamo fame, sonno, confusione...un mezzo disastro. Abbiamo trovato il posto, mangiato un cous cous gigante e girato nella restante parte del pomeriggio. Abbiamo visto la Madrasa Ben Youssef, imponente, la Qubba almoravide e riperdendoci nei suq siamo tornati nel nostro bel riad. Un rifugio bello e silenzioso. Perchè a Marrakech c'è caos. Un caos che all'inizio ti confonde, ma poi ti entra dentro. Come primo giorno è stato il più drammatico della storia dei miei viaggi. Ed era anche il mio compleanno, per giunta. Una doccia, vari piantini, uno sgranocchiamento di cose portate da casa e una marea di partite a carte più tardi, il Maritino mi ha strappato il primo sorriso della vacanza e da qual momento è ripartito il mio viaggio.
Il giorno dopo ci aspettava una colazione davvero super. Il tè alla menta più delizioso del mondo, unito a un pane gustosissimo, spremuta d'arancia, marmellata...una colazione super.
Abbiamo girato la città sempre a piedi. Oltre ad essere ovviamente economico è anche l'unico modo, secondo noi, di vivere dei momenti che altrimenti andrebbero perduti. Come infilarsi in una piccola stradina e percorrerla insieme ai bimbi appena usciti da scuola. Che ti guardano con quegli occhi un po' spaventati ma curiosi (ricordatevi di non fotografare le persone senza chiedere il permesso!). Una stradina che poi magari collega due posti turistici, ma in cui nessun turista passa mai. Questo è il bello di una città come Marrakech. La città c'è, le attrazioni ci sono e stanno lì, ad aspettare che tu le scopra. Abbiamo visto il Palazzo El Bahia, le tombe Sa'diane e il palazzo El Badi. Abbiamo visto centinaia di cicogne e la città dall'alto. Abbiamo fatto sosta in una pasticceria e poi di nuovo nel caffè sulla piazza seduti nella terrazza panoramica,
e poi acquistato e contrattato nei vari mercatini (sempre però in quelli non subito vicini ai palazzi perché sono più cari e non si contratta bene). Mi hanno detto, al termine di un'accesa contrattazione per una lanterna (che ho spuntato al prezzo che volevo io) che contratto come una berbera. Non so se sia un insulto o un complimento, ma comunque è un apprezzamento, ecco, vediamolo così. Tornati al riad decisamente più felici del giorno prima ci prepariamo ad uscire per la nostra prima serata marocchina. La piazza è meravigliosamente varia di giorno e di notte cambia completamente. Tutte le bancarelle lasciano spazio a veri e propri stand gastronomici, che cucinano dalle lumache ai dolci, invadendo la piazza di profumi e fumo. Incredibile. Mangiamo in un ristorante sulla piazza, piccola passeggiata e andiamo a dormire.
Il giorno dopo, di nuovo dopo una gustosissima colazione, partiamo. Destinazione giardini Majorelle. Che sono INCANTEVOLI. Da rimanere strabiliati. Belli, curati, silenziosi, coloratissimi, si vede il gusto di chi dell'arte ha fatto la sua vita, come il pittore francese Majorelle, creatore anche della particolare tonalità di blu, che si fece costruire proprio in questo posto la casa e i giardini che ora si possono ammirare, e dello stilista Yve Saint Laurant che se innamorò tanti anni più tardi e che la volle acquistare. Dello stilista rimangono ancora alcuni lavori in una apposita galleria. Date un'occhiata qui.
Rimaniamo ai giardini tutta la mattina, poi torniamo in centro, e ci dedichiamo di nuovo agli acquisti. Questa volta non nel suq, ma in un'erboristeria consigliata da François in cui acquistiamo zafferano e pepe nero (il primo non è commentabile, il pepe invece è buonissimo!!!) e poi in un centro artigianale in cui acquistiamo uno strumento musicale, una maschera in cedro e regali vari. Forse un pochino più caro e non contrattabile, ma fatto a mano e di grande qualità. La sera mangiamo al riad e rifacciamo le valigie.
Ultimo giorno, ultima super colazione. Siccome il volo è nel tardo pomeriggio, alla mattina andiamo a dare una sbirciata alla moschea Koutoubia, solo da fuori ovviamente, e al roseto che la circonda. Siamo molto affascinati, devo ammetterlo. Il Minareto è davvero un grande punto di riferimento, alto e imponente, e sia di giorno che di notte ricco di fascino. Siccome siamo ancora pieni dalla colazione ma l'ora comincia a essere quella di pranzo, decidiamo di andare in un posto suggeritoci sempre dalla mia amica, esperta della città. Si chiama Henna Cafe e, oltre ad avere i tè più vari e tutti buonissimi, dei piatti gustosissimi, una location davvero carina, una tartarughina mascotte che gira tra i tavoli e una signora gentile che fa i tatuaggi all'hennè (veri e bellissimi), più di tutto ha una finalità sociale e culturale. Ed è bellissimo. Andate a dare un'occhiata qui e poi, quando siete a Marrakech (perché la dovete vedere!), andate a trovarli.
Riprendiamo i bagagli, affidiamo a François delle cartoline che non sono mai arrivate e torniamo a casa. Ovviamente combiniamo un mezzo pasticcio in aeroporto e per poco non perdiamo l'aereo, ma se non combiniamo qualcosa di divertente (dopo, sul momento meno) non siamo noi.

Marrakech bisogna vederla, mangiarla e odorarla. E soprattutto bisogna sentirla. Nel caos della piazza, nel suono dell'incantatore di serpenti, nel richiamo alla preghiera, nel gallo al mattino, nel silenzio dei giardini e dei riad. Marrakech io l'ho capita dopo. Mi è entrata dentro piano piano, brutale e irruente com'è. Ma poi, come tutta l'Africa, una volta dentro non esce più. E ora ci tornerei.

mercoledì 5 ottobre 2016

Casa Africa (terza parte)

Sono tre giorni che qui tira un vento da portar via. A me il vento non piace per niente. Anzi, tra gli agenti atmosferici è proprio quello che mi piace meno. Ha però un pregio, e quello gli va riconosciuto: fa diventare l'aria pulita pulita e il cielo limpido e cristallino. Ecco perché ogni volta che il vento compie la sua opera, il pensiero mi torna in Africa. E dal momento che il mio racconto sulla prima esperienza in Kenya era rimasto da completare, penso sia giunto il momento.

Prima cliccate qui, per creare l'atmosfera.

Eravamo rimasti al ritorno dal nostro meraviglioso safari nel parco Tsavo (piccola ricapitolazione: niente acqua, umore nero, pancia piena e acqua tornata, umore decisamente in salita).

Mama Anakuja
Per alcuni giorni ci dedichiamo a girare in Malindi al mattino e ai bimbi dell'orfanotrofio Mama Anakuja il pomeriggio. Ci fanno fare giochini e balletti sulle prime imbarazzanti, ma una volta liberati di tutti i nostri schemi per i quali gli adulti, se non vogliono perdere il decoro, non devono imitare galline, fare trenini o parlare come sciocchi, ecco, si apre una specie di varco nello stomaco ed escono le brutture. Praticamente è stato come rovesciare nel vento tutta la pesantezza accumulata e riempire la pancia di una sensazione di libertà incredibile. E anche se all'inizio non capivamo proprio cosa fare, e quindi eravamo derisi in modo plateale, dopo un attimo vederli ridere faceva stare bene anche noi, e il gioco diventava semplicemente farli divertire il più possibile. Sono state le ore meglio spese di sempre. Insieme a quelle trascorse con i bimbi del Burundi.
A Malindi giriamo in tuk tuk ormai con una certa scioltezza, facciamo acquisti contrattando come pazzi e diventando oggetti di invidia da turisti poco abituati alla pratica, compriamo quello che possibilmente possa stare in valigia, ma tanto «in qualche modo ce lo facciamo stare», per citare una massima da noi molto utilizzata. Un giorno propongo di andare a fare un'escursione alle rovine di Gede. Avevo tanto sentito parlare di questo posto un po' misterioso, con una storia di ricostruzioni, danneggiamenti e invasioni varie, soprattutto perché dicono abbia ispirato l'ambiente in cui abita Re Luigi nel cartone disney "Il libro della giungla". Ecco, è vero. Sembrava di essere nel cartone. Liane, alberi altissimi, palazzi in rovina e tante, tantissime scimmie. Bello bellissimo, assolutamente da vedere. 
le rovine di Gede
Giriamo una buona mezza mattinata e usciamo dal fresco degli alberi non rendendoci conto dell'ora. Ma appena torniamo sulla strada sterrata e cominciamo a camminare per arrivare sulla via principale in cerca di un "matatu" (= bus 22 posti che però funge da bus di linea triplicando la capacità ma nel medesimo spazio) ci coglie il mezzogiorno africano, che è di fuoco veramente. Un caldo da pazzi, e sappiamo che girare a quelle ore non è saggio, ma girando in terra africana, seguendo il sole e le cose belle ed essendo anche senza orologio, il senso del tempo si perde decisamente. Così ci fermiamo stremati in un chioschetto a prendere una bottiglia di coca cola con quattro cannucce. Rigorosamente di vetro e rigorosamente da restituire vuota. Ed è stata una di quelle cose che subito, quando sei stanco, non cogli al meglio, ma che poi sono il sugo del viaggio, perché la condivisione, anche nel disagio, è bellissima. 
Ripartiamo per Malindi e facciamo tappa nell'agenzia del nostro amico che ci propone di fare il giorno dopo il "Safari blu". Accettiamo ovviamente, e il giorno dopo veniamo imbarcati su una barchetta nel parco marino di Malindi per una giornata all'insegna del mare. C'è da dire una cosa sul mare del Kenya. Essendo oceano, spesso è mosso e inoltre è soggetto a maree, quindi il bagno si può fare certamente ma a volte è difficoltoso. Però la sabbia è dorata e quando è bagnata luccica ed è incantevole. Il safari blu permette invece di scoprire il mare da cartolina, di tutte le sfumature di azzurro, vedere un sacco di pesci e mangiare in modo assolutamente meraviglioso. Ci godiamo proprio la giornata, immersi in uno dei paesaggi che più preferisco al mondo. Che comunque il bagno alla spiaggia pubblica siamo andati a farlo un paio di volte, ma il safari blu porta in luoghi altrimenti inarrivabili.
safari blu
Torniamo al campeggio, doccia, cena, partite a carte e buona notte. Come al solito. Ma quella notte riceviamo una visita. Ad un certo punto, saranno state le 3 più o meno, sentiamo bussare alla porta. Immaginate la notte buissima in un campeggio in mezzo al bush africano. Presenti solo noi 4 e un guardiano (che forse quella sera lì non era proprio presente). Il terrore. Il Maritino con coraggio imbraccia il lume a benzina e va aprire. Si trova davanti un ragazzo ancora più sorpreso di noi nel vedere un bianco aprirgli la porta. E mentre io continuo a gridare al Maritino di entrare, che chissà cosa mai voleva quel ragazzo, ho assistito alla inusuale e paradossalmente comica conversazione tra un italiano che non parla swahili e un keniano che non parla altro che swahili ma improvvisa un po' di simil-inglese. Alla fine il ragazzo voleva solo avere una camera per trascorrerci del tempo con la sua fidanzata, ecco, niente di più. Solo che quando apri la porta di un campeggio in mezzo al bush in piena notte e ti trovi davanti una persona che continuamente ti chiede qualcosa di simile a "iorru", che poi il Maritino ha capito essere "your room", un po' di spavento sale.
Così il mattino dopo, in accordo con i nostri amici, decidiamo di andare a trascorrere i giorni restanti in un hotel in centro a Malindi. Hotel che ora non c'è neanche più, ma era piccolo e ben curato, con un profumo di fiori e legno da impazzire di gioia. Abbiamo passato lì dei magnifici giorni di relax, tra colazioni super, thè con biscotti nel pomeriggio e lunghe chiacchierate alla sera. Sempre andando dai "nostri" bimbi. Sempre costruendo legami che difficilmente saranno mai spezzati. Sempre incastrando nel cuore quel pezzetto d'Africa che ora pulsa e ci fa avere nostalgia.

Questa volta il racconto è davvero terminato. Vi ricordo che potete leggere la prima parte qui e la seconda qui.
Se volete sapere qualcosa di più sulle rovine di Gede, date un'occhiata qui.
Io in Kenya sono tornata e so che tornerò ancora, soprattutto per loro.

Kwaheri!

mercoledì 28 settembre 2016

Casa Africa (seconda parte)

Quando sono di umore non proprio gioioso di solito cerco voli e hotel, così, perché mi diverte moltissimo. Ma, dal momento che un volo e un hotel ci sono già, visto che domani saremmo dovuti partire e invece non lo faremo, visto che non voglio strapazzare la mia immensa piaga, la seconda attività che mi ridà il sorriso è scrivere di Africa. E siccome le nostre avventure in Kenya erano rimaste in sospeso, eccovi servita la seconda parte. Prima, però, cliccate qui (è una canzone tutta turistica ma a me mette allegria e ricorda bellissime risate) e immergetevi nel clima africano...

Dunque, eravamo rimasti al trascorrere dei giorni tra Malindi e i bimbi della casa Mama Anakuja. Decidiamo un giorno di voler provare l'ebrezza del safari. Come sapete il Kenya è ricco di parchi, ma il più famoso e raggiungibile è lo Tsavo (che è diviso in est e ovest, è immenso). Prenotiamo con il nostro amico, che ha un'agenzia turistica, un safari di due giorni e una notte con pernottamento in un campo tendato (ma bello bello bello) e il mattino dopo, prestissimo col buio, partiamo per questa nuova avventura. Il nostro driver è bravissimo e ha un grande occhio, tanto che nel tragitto (impieghiamo comunque diverse ore per raggiungere il parco) ci indica segni di serpenti o code sospette. Ci fermiamo di tanto in tanto nei villaggi lungo la strada per dare ai bimbi penne, quaderni e caramelle e una volta di più mi stupisco della festa che ci fanno...terra rossa e sorrisi bianchissimi! La natura ci fa un bellissimo regalo già prima di entrare nel parco: due bei ghepardi sul ciglio della strada che si fanno fotografare un po' prima di andare via. Che meraviglia! Proseguiamo, ci fermiamo nello shop in prossimità del parco non per comprare, ma per usufruire del bagno, che la giornata è lunga, e fare la conoscenza del coccodrillo Monica, che ci punta con fierezza. 
Perciò le rendiamo omaggio e con fretta paurosa entriamo nel parco. Che è una delle esperienze più belle che si possano fare. La consiglio e straconsiglio!!! Elefanti che attraversano la strada, giraffe, uccelli di tutti i generi, ippopotami (di cui uno albino), zebre (spesso girate a mostrarci il fondoschiena), gazzelle, kudu, scimmie e davvero tantissimi animali di cui ora non ricordo il nome. I momenti più belli sono senza dubbio stati due. Dormire a pochi metri dagli elefanti e relativo cucciolino, sentirli e vederli dal letto e stare seduti al tavolo dopo cena a vedere il loro comportamento anche di notte, e vedere spuntare i cuccioli di leone e le leonesse. Così, in mezzo all'erba giustamente, li abbiamo visti giocare e rincorrersi come due gattini di casa. A parlarne mi emoziono ancora. 
Non sono mancati gli spunti comici ovviamente, se no non saremmo noi. Dopo lo spettacolo del giorno prima, che si era chiuso con lo scontro bufali - leoni, il secondo giorno era cominciato più mogio, così il nostro driver decide di fare un po' di fuoripista e ci porta vicino ad una pozza d'acqua per tentare di vedere i leoni più da vicino. Ad un certo punto, però, qualcosa nella macchina si rompe. Dobbiamo scendere un attimo per vedere il da farsi, e mentre ci guardiamo in giro per vedere che non arrivi qualche bel leone magari affamato, vediamo spuntare una giraffa, intenta a fare colazione, che si avvicina come a voler dare il suo contributo. Uno dei momenti più buffi della nostra avventura. Anche il secondo giorno ci regala belle emozioni e davvero vorremmo stare ancora lì, ma è ora di andare, anche perché non stiamo con i bimbi già da due giorni, e ci mancano.
Tornati a casa (ricordate, il campeggio nel bush senza acqua corrente e con elettricità saltellante?) scopriamo che non c'è per niente acqua, neanche una goccia. E noi siamo completamente ricoperti di terra rossa. Ammetto che in quel momento non ero proprio il ritratto della felicità, ma poi dopo qualche ora l'acqua è tornata e siamo ridiventati uomini. Dopo una bella cena, poi, l'umore decisamente è ai massimi livelli. I piatti più buoni del nostro viaggio in Africa li abbiamo mangiati proprio lì in campeggio, preparati da una ragazza giovanissima ma veramente brava.

Avevo programmato di raccontarvi il tutto in due parti ma poi mi sono resa conto che ci sono ancora tante cose da dire. E poi la canzone è finita. 
Quindi, alla prossima puntata per sapere da dove hanno preso spunto per il cartone Disney "Il libro della Giungla", ricevere tanti sorrisi e alcune visite notturne, fare cambi di alloggio...
Se vi foste persi la prima parte, o aveste voglia di rileggerla, cliccate qui.
Durante il safari abbiamo alloggiato qui.


lunedì 26 settembre 2016

Casa Africa (prima parte)

Il lunedì generalmente non mi piace molto. Non sono contenta di svegliarmi con il suono della sveglia (e di posporla non so quante volte), non sono contenta di avere il pensiero di tutta la settimana davanti, pronta a sfidarti malignamente, ma soprattutto non sono contenta della fretta. Le cose fatte nel week end, e non che non ne facciamo, altroché, hanno una loro velocità. Si può fare colazione con calma, uscire con calma, fermarsi a chiacchierare con calma...questo mi piace, e molto anche.
Per questo ogni volta che mi fermo a pensare a quanto detesti l'idea della fretta e delle "cose da fare", alla fine mi viene da sorridere perché il mio cervello le associa al Paese che forse più di tutti ha accantonato la fretta: l'Africa. E quando penso all'Africa, non posso che essere felice.
Vi ho già raccontato di quando siamo stati in Burundi (qui se volete potete rinfrescare la memoria), ma non vi ho mai fatto partecipi delle nostre avventure nel bellissimo Kenya.
Penso sia giunto il momento. Però, prima di darvi alla lettura, cliccate qui e sentite che musica.
3, 2, 1, via...

in viaggio verso Msabaha
In Kenya siamo stati due volte, per ora ma il numero è destinato a salire, di cui la prima ha visto la nostra permanenza per quasi tre settimane. Quattro amici, un numero imprecisato di valige e tanta, tantissima voglia di tornare in quell'Africa che ci aveva già strappato il cuore e desiderosi di scoprirne un nuovo pezzetto. Dopo un volo di 14 ore arriviamo all'aeroporto internazionale di Mombasa, dove un amico di un amico ci preleva per portarci alla destinazione finale: Malindi. O meglio, vicino a Malindi, a Msabaha, nel cuore del bush africano, in capannine senza acqua corrente e con luce elettrica...a intermittenza diciamo. Partiamo e per me è tutto un guardare dal finestrino e rimanere stupita. Il percorso è lunghetto e nel frattempo rimaniamo anche senza benzina. Cose che capitano (e ricapitano anche), tanto non abbiamo fretta. Riusciamo a ripartire e quando l'autista si infila in una stradina piccolissima tutta immersa nel verde capisco che siamo arrivati. Infatti dopo poco vediamo il posto che ci ha ospitato nella prima settimana e il nostro amico che aveva già preparato un lautissimo banchetto. Sono le quattro del pomeriggio più o meno, ma un benvenuto culinario non si può rifiutare. Ci mostra le nostre abitazioni, piccole capanne con tetto in makuti che ci hanno fatto provare esperienze molto selvagge. Il contatto con la natura però è indimenticabile. Certo subito il fatto che non ci sia l'acqua corrente e manchi anche la porta del bagno fa uno strano effetto, ma ora che sono qui a digitare queste parole, sono davvero contenta di aver vissuto questa avventura.
sotto la zanzariera nei nostri alloggi
Il nostro obiettivo di viaggio era essenzialmente portare medicine, soldi e vestiti ai bimbi dell'orfanotrofio Mama Anakuja, una struttura fondata da una super donna di Varese che si è innamorata dell'Africa come noi tutti ma a differenza nostra ha avuto la possibilità e il coraggio di rimanere lì e fare qualcosa di concreto.
Dopo esserci sistemati un po' andiamo in giro per i dintorni del nostro campeggio a salutare e portare qualcosina anche alle famiglie che vivono lì vicino e che i nostri amici già conoscevano. Veniamo ricevuti da queste persone con un amore che scioglie tutti i nostri pensieri, ci fanno sedere, ci raccontano in swahili chissà quali cose (avevamo una specie di interprete swahili - inglese, che è un amico in verità e il factotum del campeggio, però non sapeva molto l'inglese, quindi siamo andati un po' a intuito a volte.) ed Elisabeth, una straordinaria signora con degli occhi blu pazzeschi, ci dà anche una benedizione. Il tempo si cristallizza. Non ci sono le cose da fare né i tempi da rispettare, ci sono persone da salutare, bimbi con cui giocare. I bimbi. I bimbi dell' orfanotrofio ci accolgono con i loro occhi curiosi. Conoscono già i nostri amici e presto imparano a conoscere anche noi. E noi impariamo a conoscere loro. Chi va a scuola, chi ama il calcio, chi sta in braccio perché troppo piccino per camminare, ognuno di queste creature ha già un passato complicato ma ora ha un'opportunità. Li salutiamo perché dopo le 18.00, al calar del sole, ci dicono che non è prudente stare in giro, ma promettiamo loro di ritornare il giorno dopo. Ritorniamo perciò al campeggio e ci prepariamo per la prima cena e la prima notte. Non dimenticherò mai più la Felicità che ho provato in quelle sere, seduti ad un  tavolo sotto gli alberi, con la musica di un dj un po' improvvisato ma volenteroso, a mangiare piatti buonissimi, rigorosamente con le mani, a giocare a carte e a correre nella casetta per accendere il lume a benzina al suono di "oh no...generator!" (uh quante volte lo sentiremo!), generatore rotto e addio corrente. Ma alla luce del falò si sta bene e per dormire c'è sempre tempo. Le notti senza luce, poi, regalano cieli stellati inimmaginabili...
Mama Anakuja
I nostri giorni sono così divisi: al mattino i bimbi sono a scuola perciò giriamo per Malindi o facciamo qualche escursione in posti vicini, al pomeriggio andiamo a giocare con loro. Ci insegnano balli e filastrocche e ridono di gusto quando non capiamo. Però sono abilissimi insegnanti, e il mio quadernino è pieno di parole che mi hanno pazientemente detto e ridetto.

Malindi è particolare, è una città ma a misura di abitante, perciò può capitare di vedere una grandissima esposizione di mobili in legno sulla strada accanto a donne che passano la loro giornata a vendere frutta. Varia, diciamo. A me manca molto. Manca l'odore, il rumore, il sorseggiare una Tusker "baridi baridi" (la Tusker è una birra, baridi significa fredda), il rimanere senza benzina e andarla a prendere con due taniche bucate, sentir ridere e non capirne subito il motivo...manca tutto quello che l'Africa ti regala. Ed è moltissimo.
E siccome è moltissimo e tutto è degno di essere condiviso, ho diviso il racconto in due parti, per farlo assaporare meglio.
Perciò alla prossima puntata, in cui vi dirò del nostro safari, dei nostri incontri notturni e delle nostre gite avventurose...
E nel frattempo,cliccate qui.



Msabaha


mercoledì 17 aprile 2013

Ripartire, sempre ...


A volte si desidera viaggiare per curiosità, e allora si sceglie un posto lontano, sia per posizione che per cultura. A volte, invece, si desidera viaggiare per staccare un momento la spina dalla quotidianità, e allora si cerca un posto immerso nel silenzio, dove il caos sia solo quello pacato della musica, della gioia e non del telefono o della tv o del blaterare delle persone. A volte, poi, si desidera viaggiare per ritrovare se stessi, per rivivere momenti vissuti insieme ad altre persone, per lasciare casa ma sentirsi a proprio agio comunque, e allora magari si ritorna in un posto in cui siamo già stati e che è protagonista di bei momenti. Ma se i momenti rimangono solo attimi di tempo passato scolpiti sì vivacemente nella memoria, ma che poi non danno frutto, allora forse è meglio cambiare meta. Costruirsi altri ricordi, insieme ad altre persone o da soli. Meglio non voler rivivere gli attimi di felicità a tutti i costi, identici a quelli passati. Perchè il passato è passato, e il presente, come diceva un saggio, è un dono, per questo si chiama presente. Se sprechiamo l'occasione di un viaggio solo per rivivere i ricordi, non avremo la possibilità di formarcene altri. La strada di ogni persona che incontriamo è necessariamente diversa dalla nostra. Alle volte, i percorsi si discostano talmente poco da regalarti la piacevole sensazione di aver trovato un altro te, in un' altra persona. Altre volte, invece, non potrebbero essere più diversi, ma te ne accorgi solo quando ci si comincia ad allontanare, perchè nel momento dell'incontro, allora si era vicini, e non si notavano le differenze. A seconda di quanta strada si percorre insieme, dividersi ai bivi fa più o meno male.


Perciò capita di avere scolpiti e pulsanti nella testa avventure in mezzo al bush africano, condividendo le mancanze più che le presenze, e sembra che niente mai possa cambiare e men che meno cancellare quei momenti, ma invece ... come si fa a non sorridere di fronte al ricordo di gaffe più o meno gravi, a non commuoversi davanti alla memoria di tanti sorrisi condivisi, a non ripensare alle ore di attesa ingannate con partite sfrenatissime alle carte ... ma tutto cambia, e anche noi in qualche modo lo facciamo. L'unica cosa è ripartire, sempre ... e questa volta lo scrivo qui ma lo dico a me, ripartire, sempre ...




mercoledì 30 gennaio 2013

Mollare tutto ... o no?

Questa mattina mi sono imbattuta in una notizia che mi ha fatto riflettere. Non è una news, poichè il fatto risale al luglio scorso ma il valore, per me che non l'avevo ancora sentita, è uguale.
"Famiglia spagnola vende tutto quello che possiede per comprare un camper e fare il giro del mondo".
Scelta ardita, decisamente, e da qualcuno molto criticata. Ma, sinceramente, chi non ha pensato almeno qualche volta al classico "mollo tutto" per scegliere di ricostruire la propria vita più o meno lontano?

Io personalmente lo penso ogni volta che torno dall'Africa e non riesco ad adattarmi più alla realtà "di qui". Quella "di là" è troppo radicata, colori-odori-sapori-sorrisi-suoni-libertà sono cose a cui ci si abitua prestissimo, ma che poi quando si torna a casa uno deve per forza sistemare nel cassetto delle vacanze insieme alle foto, i passaporti e tutto quello che ci servirà la prossima volta. E non è una sistemazione agevole, però. I colori-odori-sapori-sorrisi-suoni-libertà non ne vogliono sapere di rimanere nel cassetto e trovano spiragli per uscire continuamente, i ricordi sono la loro porta preferita ... e a volte anche quella più dolorosa. Perciò è soprattutto in quei momenti lì che uno pensa di partire su due piedi, quasi fosse possibile spostarsi alla maniera del genio Jeannie, a cui bastava sbattere le palpebre e via, il gioco era fatto.
Una bella valigia capace di contenere il necessario e un pochino di superfluo, una bella dose di coraggio, e saremmo pronti a ricominciare tutto da un'altra parte.
Saremmo, perchè nella realtà poi avere la certezza di non poter condividere più certi particolari della tua vita con alcune persone è faticoso, sapere di interrompere il cammino a fianco di coloro ai quali vogliamo bene lo è altrettanto ... e qui i più smettono di fantasticare e ritornano alla quotidianità.
Questa famiglia spagnola invece no. Marito, moglie e due bimbi piccoli, un camper e una vita tutta da inventare e da vivere in giro per il mondo, toccando con mano la realtà e non solo studiandola, imparando che cosa ci distingua e che cosa ci unisca conoscendo le persone, incontrando gli altri. Sembra una favola, e invece non lo è. A volte forse non serve essere fisicamente lontani per esserlo davvero, nel bene e nel male, le anime affini si toccano nonostante le distanze, e quelle che non lo sono si evitano nonostante la vicinanza. Ammiro molto questi intraprendenti Fernando e Fleur, nei loro occhi c'è quel guizzo di felicità, anzi Felicità, che solo chi rischia un pochino può permettersi di avere.
Pur avendolo pensato tantissime volte, non so se avrei la loro intraprendenza. Mi piace pensare di tornare e raccontare, anche per far vivere il viaggio a chi non era con me. E il viaggio si racconta principalmente con gli sguardi. Sono gli occhi che, prima ancora delle parole, rivelano quello che è stato il nostro viaggio. E questo non si può fare a distanza. Sì, lo so, ora abbiamo tanti mezzi tecnologici a disposizione che ci fanno sentire vicini vicini anche quando siamo ai capi estremi del mondo ... ma, non so, è bello raccontare senza interferenze, senza ritardi nel suono o dovendo sincronizzare gli orologi. Allora forse più di mollare tutto radicalmente, non è meglio sapere di poter cambiare vita qui, dove si è, andando dove si vuole, quando si vuole, per quanto tempo si vuole? Decisamente sì, secondo me! Partire e ritornare per poter ripartire!


mercoledì 9 gennaio 2013

Viaggi su carta, viaggi su strada

"Ho cominciato a credere che passiamo più tempo seduti di quanto dovremmo"-sorrise-"Altrimenti perchè avremmo i piedi?" (dal libro "L'imprevedibile viaggio di Harold Fry")

Era tanto tanto tempo che non mi capitava di dover prendere una matita per sottolineare qualche frase, paragrafo o parola di un libro mentre lo leggo. Poi ho iniziato questo racconto straordinario di un viaggio a piedi che il protagonista compie in primo luogo per salvare un'amica ma che, lungo il tragitto, si rivela essere anche un viaggio nei ricordi, melle memorie dei tempi passati e felici, che sembrano lontani al momento della partenza, ma che via via che il percorso progredisce riaffiorano e sembrano di nuovo possibili.
Harold, l'impulsivo sessantenne protagonista, attraversa tutta quanta l'Inghilterra per andare a trovare un'amica in punto di morte ma che, come lui le ha chiesto, lo sta aspettando, giusto per rivederlo ancora. Non è una storia strappalacrime, assolutamente, ma come tutti i viaggi, ha momenti di comicità e di malinconia, di riflessione, soprattutto durante il tragitto in aperta campagna, quando gli fanno compagnia solo i campi e le nuvole.


Deve essere un po' la stessa sensazione che si prova quando si è nel deserto. Almeno a me è capitato, quando, di passaggio nel deserto in Egitto, vi ho trascorso alcune ore, di notte. L'aflusso di pensieri che arrivavano alla testa era incredibile, incessante, ma tutte confluivano sempre nella stessa domanda, che mi affiorava alle labbra di continuo e per cui ringrazio Leopardi e la sua splendida "Canto notturno di un pastore errante dell'Asia":

"A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?"


Guardando quella miriade di stelle, che mai più dimenticherò, ci si rende veramente conto della piccolezza dell'uomo riguardo al mondo, e della bellezza che questo racchiude. A volte bisogna cercarla ben bene, non sempre è così facile vederla, non ci si presenta sempre sotto forma di mare cristallino o vetta altissima. Alle volte è un po' più nascosta, è uno scorcio, un masso nel deserto, e ci devi capitare, come una notte nel deserto, e affacciarti per caso dal finestrino per venire colpito dalla Bellezza. Ma poi, una volta che si ha la fortuna di sperimentarla, niente la toglierà più dalla testa.

Come finisca il viaggio del mio nuovo eroe Harold Fry non lo so ancora, ma già solo il fatto che sia partito per sentirsi parte di qualcosa, del mondo e di quanto racchiude, per me lo rende già vincitore. Mi fa venire voglia ancora di più di mettermi in marcia (magari però un aereo lo prendo volentieri) e di vedere cosa c'è di là.


lunedì 7 gennaio 2013

Effetto boomerang

Dunque, dunque, dunque ... le feste sono passate ... evviva! Sì, evviva, non perchè sia matta ma perchè le mie di feste sono state un disastro, quindi ora dico a squarciagola "bentornata normalità"!!!
Ciò che di buono hanno portato queste feste, però, oltre a qualche libro di viaggio, ma tempo al tempo, è aver avuto la possibilità in momenti tristissimi, di poter raccontare un po' di aneddoti sui miei viaggi, e riuscire a strappare sorrisi e curiosità.

Viaggiare ha questo effetto boomerang a volte, lo fai e ti diverti, vedi, scopri, conosci, impari ... poi torni a casa e racconti "a caldo" le avventure, magari corredando con qualche foto il tutto. Poi in realtà tutto si pensa esaurito lì ... e invece no! Perchè il nostro viaggio lo portiamo dentro ed esce quando abbiamo bisogno di portare a galla un bel momento di relax, o un attimo di folli risate, o avventure spensierate ai limiti della civiltà che tanto ci hanno fatto sentire vivi. Si ripensa a quel momento in cui, saliti su un Range Rover scassatissimo, si guida fino a perdere la strada e si arriva fino al confine di stato, bersagliato dalla guerra e dalle violenze, ridendo come matti, uniti dalla gioia di stare insieme e dalla consapevolezza che quello è viaggiare, vivere nel Paese che ci ospita, non solo farsi ospitare passivamente, ma fermare qualcuno e cercare di chiedere informazioni anche a gesti magari, perchè non è che l'inglese sia proprio così parlato ovunque ... o si racconta di tutti gli escamotage usati per far stare in una valigia tutto quello che può contenere e anche molto di più, perchè quel viaggio lì va sfruttato per portare tutto quel che è necessario non a stare in riposo sotto il sole, ma a cercare di vivere dignitosamente dove la dignità l'hanno rubata da secoli ... e si racconta di andature lente, del tempo che sembra formato da secondi, minuti ed ore come il nostro, ma che in realtà non lo è, è il tempo dell'uomo, è il tempo per assaporare l'alba e il tramonto, che qui sfuggono spesso e volentieri, ma che in alcuni posti regolano l'esistenza ... e si racconta, soprattutto, della felicità che il partire racchiude, della gioia di tornare dove si sa che si starà bene, o di andare a vedere luoghi mai visti, per quel senso di avventura che tanto mi piace!

Eccolo l'effetto boomerang ... tutto quello che si è provato viaggiando, e che sembra riposto accuratamente nella memoria, torna indietro prepotente, riporta in superficie pensieri, sapori, colori, sensazioni ed atmosfere che riscaldano il cuore, anche quando è immerso nella fredda tristezza, rispolverando la fantastica sensazione della partenza, per un viaggio certamente, e per una nuova serenità.

mercoledì 12 dicembre 2012

Coincidenze!

Quella di oggi non ce l'ho,
vale comunque quella dell'anno scorso???
Perchè era il mio compleanno,
l'ho scattata solo per quello!
E così, anche quest'ultima opportunità di vedere il giorno, il mese e l'anno uguali sta per finire, niente più ripetizioni misteriose e dense di significato. Tranquilli e al sicuro da numerologie a cavallo tra astronomia e astrologia, nessun evento sfortunato da riallacciare a date come oggi. E, se "nè di vene, nè di marte, non  si viene non si parte, nè si dà l'inizio all'arte", figuriamoci farlo in questi giorni, così pieni di coincidenze nefaste. Già, ma c'è invece chi decide di partire a giugno, in un giorno qualunque. Proprio a questa persona, anzi a questa coppia, capita di essere "sequestrati" all'aeroporto come senza cittadinanza, quasi come successo al protagonista del film "The Terminal", e questo non è da ricondurre a nessuna strana cabala o stranezza esoterica. E così, arrivando all'aeroporto egiziano di Marsa Alam, annullato il visto come da routine, al momento di vederci riconsegnare i documenti ... zac, niente aereo, niente documenti, niente visto per rientrare nuovamente in Egitto, niente possibilità di tornare in Italia in tempi brevi.
A riviverlo mentre lo scrivo mi sfugge davvero un sorriso. Anche al momento, veramente, non eravamo spaventati più che seccati, d'altra parte si trattava di allungare la vacanza di un numero indeterminato di giorni. Certo che però non posso dire ugualmente di alcuni compagni di viaggio dell'epoca. Sapete allora cosa succede ad un gruppo di turisti italiani che rimane intrappolato per coincidenze non numeriche ma burocratiche in un aeroporto immerso nel deserto e pure deserto all'interno? Succede che si organizzano, che si mettono a mangiare insieme e a bere caffè, a cercare di capire insieme cosa succede, a condividere le risorse, come sciarpe (indispensabili con l'aria condizionata incredibile che c'era!), cibo ... insomma si crea una piccola comunità che insieme riesce a contattare consolato, ambasciata e a farsi portare in piena notte in un resort talmente bello che neanche l'umana immaginazione poteva concepire, ovviamente spesati, serviti e riveriti. Allora io mi dico, se l'abbattimento delle trappole burocratiche ben tangibili ha portato a ciò, l'annullamento di quelle della superstizione, delle astrologie numeriche, delle coincidenze-che-chissà-cosa-vorranno-dire possono davvero garantirci una libertà sconfinata! Ma tanto, almeno questo 12/12/12 è terminato, non ci pensiamo più...

martedì 11 dicembre 2012

E se ...

Oggi mi è stata posta una domanda bizzarra, spiazzante anche, mi ha lasciata per alcuni minuti a bocca chiusa, che per me è un evento rarissimo. Poi il mio cervello è uscito dallo stato di shock dovuto più a questo fatto che alla domanda in sè, ed ha cominciato a girare, a pensare... la questione era così posta: "E se i Maya avessero ragione, dove andresti, quali viaggi faresti prima del 21/12?". Posto che qui ed ora non comincerò a dissertare sulla ragione o meno dei Maya e dei loro calendari, ma come si fa a vedere tutto quello che ci offre il mondo in 10 giorni esatti? Bisogna scegliere, e bene. Così sono andata a vedere qualche classica classifica sui posti da vedere prima di morire (che poi si tratta di questo in fondo in fondo) e vi propongo un po' di idee trovate in giro sul web.

Dunque all'unanimità nei primi posti è sempre presente la Polinesia e in particolare Bora Bora,
seguono Stonehenge, la Muraglia cinese, il Taj Mahal, la Cappella Sistina, la Grande Barriera Corallina, Petra, l'Islanda (tutta da vedere a quanto pare), Santorini, i Fiordi della Norvegia, l'Amazzonia, le isole Galapagos, Las Vegas, l'Antelope Canyon, per citarne alcuni, quelli che accomunano più classifiche.
Primo pensiero: se i Maya hanno ragione sono fregata, non ho visto neanche la metà di questi luoghi!
Secondo pensiero: penso che manchi qualcosina in queste classifiche. Prima di tutto, avendo avuto l'onore di soggiornare in Polinesia, non mi sarei fermata a Bora Bora, per quanto paradisiaca, ma un piccolo tour sarebbe stato meglio.
Oltre alla già-da-me-raccontata Rangiroa, sono stupende Moorea, Raiatea, la culla della cultura polinesiana, Tahaa e Huahine, meno conosciute ma (o forse per questo) più autentiche. E poi le Piramidi? La Sfinge? Starci davanti non è un'emozione, ma una valanga di emozioni, c'è persino chi, affacciata sul terrazzino del proprio hotel con vista proprio sulle Piramidi, la sera prima della visita a questa meraviglia, in silenzio singhiozzava dalla felicità, dall'emozione appunto... ma questa è un'altra storia. Non vorremmo fare un saltino a Parigi, o a New York, o a Pechino, o a Mosca? Una nuotatina tra i pesci del Mar Rosso? E le meraviglie della nostra Italia? Grazie per la considerazione della Cappella Sistina, ma non ci mettiamo almeno almeno il Colosseo, le Cinque Terre, la Valle dei Templi ad Agrigento, la città di Verona, Venezia ... non saprei neanche scrivere tutte le bellezze italiane.

E poi c'è lei ... l'Africa ... chi,sapendo di morire, non andrebbe a salutare la mamma? Non potrei mai pensare di lasciare questo mondo senza essere stata ancora e ancora e ancora Laggiù, stringere ancora quelle manine, vedere ancora quegli occhi, godere di quei sorrisi puri ...

Cari Maya per favore non abbiate ragione, c'è troppo ancora da vedere, troppo ancora da scoprire, e tantissima voglia di ritornare dove sto bene!

giovedì 29 novembre 2012

Marrakech

Con l'arrivo del freddo polare di oggi, tutto quello che mi viene in mente riguarda posti caldi, spensieratezza, voglia di divertirsi e non infagottarsi per resistere a queste temperature.
Quindi oggi occhi puntati su una città vicina, ma non italiana, calda ma non di mare, speziata, gioiosa ... Marrakesh.

Città antichissima, fondata probabilomente alla fine del 1000, presenta una parte antica cinta da mura, la Medina (dichiarata anche Patrimonio dell'Umanità), ad ovest della quale si è sviluppata la parte nuova. Da non perdere la piazza Jāmiʿ el-Fnā, centro vitale, assolutamente da vedere perchè molto caratteristico, che cambia aspetto durante il giorno. Durante il mattino e il pomeriggio è un mercato all'apero, dove si vendono prodotti più svariati, dai datteri alle spezie. La sera le bancarelle spariscono per lasciare il posto a sedie e panche per i banchetti che servono cibo. Chi ama lo shopping "estremo" troverà di proprio gradimento il quartiere dei Suq, cioè il dedalo di vie e viuzze che ospitano il mercato coperto dove ogni via è dedicata ad un'attività specifica. Da non perdere neanche i palazzi, i giardini, le Moschee, i Riad, gli Hammam ... ecco le 5 cose da fare a Marrakesh prima di ritornare a casa.

1) Dopo una passeggiata, entrare in uno dei caffè della Medina e sorseggiare il tipico thè alla menta, una delizia.

2) Immergersi nella piazza Jāmiʿ el-Fnā (o Djemaa El Fna)e vederla in ogni fase del suo cambiamento. Dal mercato diurno alla vitalità della sera, dove troverete anche incantatori di serpenti, cantastorie e molto altro.

3) Provare l'esperienza unica dei suq, cercare quanto di più speciale ci sia da portare a casa come ricordo di viaggio. Dalle immancabili spezie, alle pelli, le stoffe, i goielli, gli abiti tipici, tutto merita almeno uno sguardo veloce. E, mi raccomando, la parola d'ordire resta contrattare! Non esiste comprare un oggetto e pagarlo la cifra richiesta, è considerata un'offesa! Perciò, pazienza e mostratevi simpatici, sono sensibili all'atteggiamento e potrebbero vendervi moooolto caro un oggetto solo perchè non piace loro il vostro modo di porvi. Divertitevi!

4) Dopo lo shopping sfrenato godetevi un trattamento super rilassante in un hammam. Portatevi ciabatte, asciugamani e una stuoia di plastica, dopodichè passate qualche ora a farvi coccolare con massaggi e trattameti per il corpo ... una goduria! Per amplificare al massimo l'esperienza vi consiglio di soggiornare in un Riad, case tipiche diventate piccoli hotel di gran classe.

5) Non potete lasciare la città senza aver visitato almeno la Madrasa (antica scuola di Corano), i Giardini di Majorelle (esperienza quasi fiabesca per i colori e l'atmosfera), le Tombe Saadiane, le Moschea di Koutoubia (anche se l'accesso non è consentito a chi è di fede non mussulmana), il Palazzo El Badi (per vivere l'antico splendore). Ok, questo punto ne vale 5 ...


Qualche notizia pratica:
- la moneta è il DIRHAM che vale circa 0.90 €
- non sono richieste vaccinazioni specifiche
- per recarsi in Marocco bisogna essere muniti di passaporto con validità residua di almeno 6 mesi dalla data di rientro
- la lingua ufficiale è l'arabo, ma viene parlato anche il francese
- religione Mussulmana
- anche se il clima è molto gradevole, non dimenticate indumenti più caldi per la sera

Non vi resta che partire!!!


lunedì 26 novembre 2012

Ricordi dal Kenya ...


Oggi, con questo tempo "bagnato" che porta un po' di malinconia, volevo condividere questa foto. Recentissima, risale a pochi mesi fa, è stata scattata in Kenya, a Malindi, terra splendida, che porta felicità nonostante sia lacerata dalle tristezze. Bimbi che fanno il bagno nell'oceano, incuranti delle onde, risate sonore che si levano dalla spiaggia, giochi d'acqua, a volte pericolosi ... questo lo scenario in cui va collocata. Condividere la vita di tutti i giorni con questo popolo, e in particolar modo con i più piccoli, è un'emozione incredibile ...

giovedì 8 novembre 2012

Mal d'Africa? Sì, grazie!!!



Si viaggia per tanti motivi: per lavoro, per fuggire e staccare la spina, per avere il tempo di ascoltare il silenzio, perchè si vuole fare una pazzia e raggiungere la persona amata, per conoscere gente, vivere esperienze...e c'è chi viaggia con lo scopo iniziale di andare a "dare una mano", sì insomma, andare a portare il proprio aiuto in paesi più o meno lontani. Ma, se sono convinta che i viaggi, anche se non rispondono pienamente al modello immaginato, non siano mai un fallimento, perchè arricchiscono sempre in qualche misura chi li fa, quest'ultimo tipo, invece, reca in sè una differenza abissale...fallisce miseramente. Perchè in corso d'opera si trasforma, le parti si invertono, chi parte per aiutare diventa, invece, aiutato. Può succedere ovunque, non è detto che si debba andare lontanissimo... a me è successo in Africa, e mi succede puntuale ogni volta che ci ritorno.
La prima volta è stato in Burundi, nel 2009...
Partiti alla volta della Missione francescana di Kayongozi, nella nostra mente si era creata tutta una serie di immagini legate all'Africa fatta di povertà, malattie, miseria, violenza. Arrivati là ci siamo accorti che non mancava nulla assolutamente di quello che avevamo pensato, ma c'erano delle carenze, e molte! I sorrisi, illuminati, sinceri, la condivisione di tutto, anche dei momenti più intimi, le manine di bimbi che, anche se non ti conoscono, cercano le tue, e a te si affidano...questo non lo avevamo proprio preventivato. Questo è il viaggio che fallisce un aspetto e ne centra moltissimi altri. Quando arrivi in certi contesti di miseria e ti senti a tuo agio, non certo perchè sguazzi nella spazzatura a casa, ma perchè senti che quello che stai vivendo proprio lì si incastra alla perfezione a ciò che ti manca, non puoi ignorare l'affacciarsi di tante domande e di enormi pensieri. Quindi un po' di tempo per ambientarsi e poi via, al lavoro. Far giocare i bimbi, dar loro il pasto serale, aiutare negli interventi sanitari, portare cibo a chi, fuori dalla missione, non aveva neanche mai visto uomini bianchi. Affacciarsi su culture diverse, accettare l'invito a visitare una capanna, mostrata con immenso orgoglio dal suo padrone, dare la possibilità ai bimbi di disegnare per la prima volta nella loro vita e vedere, il giorno dopo, decine di disegni fatti per terra, con quello che si trova...la scoperta di qualcosa di bello per loro, di emozionante per noi. Essere investiti da mille odori, sapori, colori, suoni, assistere ad una festa data solo in onore di noi "bianchi" (solo fuori, dentro, ormai, più neri della notte), soffrire perchè si vorrebbe rimanere lì, per sempre, senza niente ma con tutto. E al ritorno, essere investiti da domande, tra cui una, la solita "allora, il mal d'Africa esiste davvero?"... sì esiste, è devastante e incurabile, e io ce l'ho.

Se volete, fate un giro qui
http://missionifratiminoriliguri.webnode.it/missioni-nel-mondo/